Majakovskij Vladimir, Poesie (ed. a cura di Carpi G), Bur, Milano, 2008
Majakovskij, per me, è semplicemente questo: il frutto di «nuova cultura» che ha trasformato forma e contenuto, arrivando a una nuova intuizione della vita, fino a farla diventare un nuovo modo di sentire e di vedere la realtà.
Rileggendo le poesie di Majakovskij, infatti, mi sono tornate in mente alcune riflessioni di Gramsci sull’Arte e la Cultura.
“Che si debba parlare, per essere esatti, di lotta per una «nuova cultura» e non per una «nuova arte» (in senso immediato) pare evidente. Forse non si può neanche dire, per essere esatti, che si lotta per un nuovo contenuto dell'arte, perché questo non può essere pensato astrattamente, separato dalla forma.
Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e di vedere la realtà.”
Vladimir Majakovskij è stato uno dei primi grandi poeti “contemporanei”. Uso questo termine con un’accezione particolare: in Italia c’è stata e lo si ritrova in vari autori (Corazzini, Pasolini, Bellezza, Veneziani) una polemica tra i poeti che preferivano “rivoluzionare” il “contenuto” e quelli che insistevano sulla “rivoluzione” della “forma”. All’epoca si erano anche usati i termini “avanguardia calda” (riferito ai primi) e un’“avanguardia fredda” (riferito ai secondi), riprendendo una distinzione di Maurizio Calvesi.I poeti neoclassici della Scuola Romana di Poesia si possono considerare “contenutisti” o “avanguardie calde”. Infatti, questi poeti, da Penna in giù, hanno puntato molto sull’Io; enfatizzando, per esempio lo scandalo del vivere, dell’eros, del genere raziale e sessuale (si legga, tra gli altri, la poetica programmatica di Pier Paolo Pasolini contenuta nell’Empirismo Eretico). Inoltre hanno espresso queste tematiche con un equilibrio formale degno di un Petrarca o un Poliziano. Non è un caso se l’Io che Brucia, l’antologia di Renzo Paris che ha dato forma alla Scuola Romana di Poesia, faccia riferimento anche ai classici latini (Catullo e Marziale in primis), oltre a una modernità travolgente, seppur apollinea.
I neoavanguardisti, ad esempio del Gruppo63 si possono considerare “formalisti” o “avanguardie fredde”: i neoavanguardisti insistevano sulle infrazioni e sulle innovazioni del codice; per loro il contenuto, l’emozione erano secondarie rispetto al concetto e alla forma. Per questo, ad esempio, la poetica dell’“oggetto” della Linea Lombarda (contrapposta alla poetica del “soggetto” della Scuola Romana) si può accostare alla poetica “formalista” delle “avanguardie fredde”.
Ovviamente tra queste due tendenze ci sono infinite gradazioni: basta pensare a L’incendiario di Palazzeschi (rovente già dal titolo, seppur futurista), o a Amelia Rosselli (che ha fatto parte sia del Gruppo63, sia della Scuola Romana di Poesia). Sostanzialmente, però, la distinzione tra “avanguardie calde” e “avanguardie fredde” può essere utile come quella tra arte “espressionista” e arte “concettuale”, anche se non perfettamente sovrapponibile.Nonostante, la contrapposizione tra questi gruppi è stata e continua ad essere molto accesa… Majakoskij è stato uno dei pochi poeti che è riuscito a farsi apprezzare da entrambe le fazioni. Chi ne ha sottolineato la vita, gli amori, la morte; chi si è soffermato sul suo uso spregiudicato del linguaggio…
Majakoskij rappresenta un modo contemporaneo di fare poesia, nato dalle avanguardie, ma che trascende le avanguardie moderne e post-moderne, per abbracciare la contemporaneità.
Del resto una lingua che innova non invecchia… ma una poesia che non scuote cuore e testa del lettore, annoia e deprime, uccidendo il pensiero oltre al linguaggio.
Noi
Strisciamo alla terra sotto ciglia di palme sgattaiolate
fuori, a trafiggere gli occhi biancastri dei deserti,
sulle labbra inaridite dei canali –
ad afferrare i sorrisi delle corazzate.
Raggelati, ira!
Sul falò di costellazioni incendiate
non sia mai che si tragga mia madre, decrepita e tornata selvaggia.
Strada – corno d’inferno – inebria il russar di autocarri!
Dilata d’ebbrezza narici di vulcani fumanti!
Le penne degli angeli in muta getterem sui cappelli dell’amante,
per farne boa, taglieremo le code a comete verso il largo arrancanti.
[1913]
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