domenica 21 giugno 2015

Marco Aurelio, Pensieri

Marco Aurelio non ha certo bisogno di presentazioni. Ascoltiamo oggi alcuni dei suoi pensieri, fedeli al concetto più classico di poesia, ovvero alla sua natura di intuizione gnoseologica del vivere e del vissuto. Poco importa se assume la forma di prosa, di pensiero o di aforisma: la forma è solo un modo di manifestarsi del contenuto. Ciò che a me interessa è che dietro la parola si scorga un mondo nascosto, riflesso del nostro, con il quale, però, rimane un dialogo: dopo le avanguardie, la distruzione delle forme tradizionali della poesia, e l’ibridazione delle arti, è anacronistico nonché impraticabile fissare un criterio di distinzione logica tra ciò che è poesia e ciò che non lo è, basandosi solo sul mero aspetto formale o contenutistico del componimento.

“Molti granelli di incenso sullo stesso altare: uno è caduto prima, l’altro dopo; ma, in fondo, non fa alcuna differenza.”
I Pensieri di Marco Aurelio sono una riflessione filosofica che assume i tratti della poesia o del poema in prosa, affine a una certa tradizione orientale da Osho a Mao, passando per Kuang-Tsen; o a certa poesia latinoamericana, soprattutto quella di autori di origine giapponese come il Boliviano Pedro Shimose.

I romani erano un popolo fortemente devoto.
Erano politeisti, certo, ma la loro capacità di inglobare nel proprio pantheon culti e riti provenienti da altre culture non è una contraddizione. Infatti, il sincretismo poteva avvenire ogniqualvolta la religione o la filosofia aliena non si ponesse in conflitto con il mos maiorum, il nucleo morale della civiltà romana.
 “Tutto effimero: sia il soggetto che ricorda, sia il soggetto ricordato”.
“Ricorda da quanto tempo rinvii queste cose e quante volte, ricevuta una scadenza dagli dèi, non la metti a frutto. Devi finalmente comprendere quale sia il cosmo di cui sei parte, quale sia l'entità al governo del cosmo della quale tu costituisci un'emanazione, e che hai un limite circoscritto di tempo, un tempo che, se non ne approfitti per conquistare la serenità, andrà perduto, e andrai perduto anche tu, e non vi sarà un'altra possibilità”.
In una società estremamente radicata nel presente in cui la morte non era disprezzata ma accettata di buon grado “in quanto anche questa è una delle cose volute dalla natura”, la fede negli dèi, era totale. Una traccia si riscontra in una semplice evidenza: circa mille e settecento anni dopo l’editto di Costantino, molte festività di origine romana riempiono ancora il nostro calendario: Ferragosto, I morti, Carnevale, Natale (25 Dicembre, il Sole Invitto), Capodanno, San Valentino. Per non parlare delle migliaia di feste locali e simboli pagani che sono sopravvissuti – lo ripeto – a mille e settecento anni di cristianesimo.
“Vivere con gli dei. Vive con gli dei chi continuamente mostra loro la propria anima soddisfatta di ciò che gli viene assegnato in sorte, e in atto di compiere quanto vuole il demone che Zeus, quale frammento di sé, ha dato a ognuno di noi perché lo guidi e lo diriga. Questo demone è l’intelletto e la ragione di ciascuno”.
Esiste una ben radicata tradizione interpretativa, secondo cui i romani non fossero devoti quanto i greci e gli etruschi, da cui avrebbero mutuato gran parte del loro pantheon. Eppure se la religione in Grecia ha prodotto infinite bellezze; quella romana non era da meno, anche se con un carattere più “pragmatico”, diremo oggi:
“Per quale scopo debbo usare la mia anima: in ogni singola circostanza poniti queste domande e verifica: ‘cosa c’è ora, in questa parte di me, che chiamo principio dirigente, e di chi ora lo anima: di un barbaro? di un raggo? di una donna? di un tiranno? di un animale d’allevamento? di un animale selvatico?’”
Se in Grecia, il culto divino ci ha lasciato la perfezione formale del Partenone e delle statue Fidia, a Roma invece, oltre a una miriade di templi e di basiliche (i tribunali dei romani), le opere fondamentali sono il diritto e la giurisprudenza.
A Roma, infatti, non si poteva scindere la giustizia, dall’esercizio della virtù, che deriva dagli insegnamenti della tradizione, quindi dal mos maioum, gli antichi credo. I pontefici infatti erano i garanti dell’ortodossia religiosa nazionale quindi, al tempo stesso, gli interpreti delle tradizioni giuridiche romane: essi stabilivano le regole per qualsiasi rito – sacrale, processuale o negoziale.
“Trova gioia e quiete in una sola cosa: nel passare da un'azione utile alla comunità a un'altra azione utile alla comunità, memore di dio”.
Così quando, si sente il famoso versetto: ”Date a Cesare quel che è di Cesare e a dio, quel che è di dio”, in realtà si ascolta una bestemmia nei confronti di tutto il sistema sociale e culturale romano, a cui giustamente, gli antichi rispondevano:”O Roma o morte!”, bruciando sul rogo i cristiani e crocifiggendone il capo. Cesare era il sommo pontefice, a lui solo spettava l’amministrazione della giustizia terrena e l’esercizio del diritto divino: negare questo principio era una sfida all’intero sistema culturale, ideologico, giuridico, e sociale romano.
Gli uomini esistono gli uni per gli altri: quindi insegna loro o sopportali.

“Ama l'arte che hai imparato, acquiètati in essa: e trascorri il resto della vita come chi ha rimesso agli dèi, con tutta l'anima, ogni suo bene, senza farsi tiranno o schiavo di nessuno”.
Secondo una tradizione americana, l’impero romano è crollato perché i cristiani hanno “liberato gli schiavi”, (in realtà questa è un’interpretazione che forse ci parla più della guerra di secessione americana e delle lotte del proletariato, più che sugli affari di casa nostra, secondo la nozione di Edward Carr che “la storia interessa solo se riguarda il presente”). Sicuramente quello che è avvenuto è che una narrazione culturale che ormai non era più in grado di rispondere alla domanda di integrazione proveniente dall’assimilazione di popoli altri, è stata soppiantata da un’altra narrazione, aliena, che ha demolito le basi culturali e identitarie del popolo romano: l’impatto con il cristianesimo è stato catastrofico, non tanto perché sono cambiati i rapporti di produzione, come direbbe Mrax, con l’abolizione della schiavitù, ma soprattutto perché il nuovo impianto ideologico cristiano era incompatibile con quello pagano preesistente. Questo ha impedito alla cultura romana d’occidente di rigenerarsi sotto altra forma, nonostante alcuni tentativi: nei primi anni dopo che il cristianesimo era diventata religione “di stato”, gli imperatori, oltre a essere imperatori continuavano a esere pontefici, (da qui nasce il “falso filologico” ma non ideologico della “Donazione di Costantino”). Questo tentativo di “rigenerazione” è fallito miseramente, sotto la pressione dei barbari, certo; ma anche e soprattutto per una debilità interna: se nella tradizione romana, la forza, la giustizia, la fede e la grandezza di Roma erano un’unità inscindibile che derivava dal nucleo del mos maiorum; dopo l’avvento del cristianesimo, la giustizia e la grandezza, si sono traslatate “nel regno dei cieli”, distruggendo quell’eterno ritorno –che Nietzsche tenterà di riprendere nel Novecento non riuscendoci – e appiattendo quel “presente storico” entro la morsa di un passato “paradiso perduto” e un futuro “post-apocalittico”. Difatti, finché non usciremo da questa concezione del vivere, saremo ancora nel Medioevo, ovvero in un’Era di Mezzo.

Anche la storia ha i suoi percorsi, che più che rispondere alla logica hegeliana, sembrano assomigliare ai principi della meccanica quantistica: dopo l’invasione dei barbari, la giustizia e la fede sono diventate terreno di scontro tra due forze politiche e spirituali che si sono contese l’eredità dei Cesari: il papa e l’imperatore, i guelfi e i ghibellini, lo stato e la chiesa.
In Italia, a causa della frammentazione e della sua debolezza politica; non si è assistito alla costituzione di comunità nelle quali l’esercizio della giustizia scaturiva direttamente dalla vita morale quindi dalla fede in alcuni principi, come è accaduto per certe comunità anglicane, calviniste, evangeliche o puritane. Al contrario, questo è sempre stato terreno di scontro e di conflitto aspro e duraturo tra diverse fazioni in lotta e differenti concezioni del potere. Persino lo Stato Pontificio, che dovrebbe rappresentare l’eccezione principe, in realtà è stato logorato da questo meccanismo, in cui le forze in gioco hanno creato un divario tra il principio e la prassi, la forma e la sostanza: tutto questo che ha prodotto notevoli scandali conducendo allo scisma di Lutero.
“Anche se tu dovessi vivere tremila anni e dieci volte altrettanto, in ogni caso ricorda che nessuno perde altra vita se non questa che sta vivendo, né vive altra vita se non questa che va perdendo. Pertanto la durata più lunga e la più breve coincidono. Infatti il presente è uguale per tutti e quindi ciò che si consuma è uguale e la perdita risulta, così, insignificante. Perché nessuno può perdere il passato né il futuro: come si può essere privati di quello che non si possiede? Ricordare sempre, quindi, questi due punti: il primo, che tutto, dall'eternità, è della medesima specie e ciclicamente ritorna, e non fa alcuna differenza se si vedranno le stesse cose nello spazio di cento o di duecento anni o nell'infinità del tempo; il secondo, che sia chi vive moltissimi anni sia chi dopo brevissimo tempo è già morto subiscono una perdita uguale. È solo il presente, infatti, ciò di cui possono essere privati, poiché è anche l'unica cosa che possiedono, e uno non perde quello che non ha”.
Adesso, mille e settecento anni dopo l’editto di Costantino i nodi sono venuti al pettine.
La nostra crisi politica, riflette una crisi sociale e culturale che investe i paradigmi attorno a cui si è costruita la nostra società moderna: dopo la caduta del Muro Berlino, la forza “ghibellina”, laica per eccellenza, del Novecento, il comunismo, si è dissolta nel nulla; mentre le forze “guelfe” si sono ritirate in seguito alla liberalizzazione dei costumi e dei modi di vivere iniziata con le rivoluzioni culturali dell’Otto e Novecento, lasciando spazio al relativismo culturale.
Un equilibrio già precario è andato in frantumi.

Non si può scindere la crisi economica di questi anni, da quella politica che, a sua volta, è riflesso di una crisi culturale, ma soprattutto spirituale.
Da dove ripartire? Dalle poesie e dai poemi in prosa di Marco Aurelio: quando si perde la strada, si torna sui propri passi e si ricomincia lì dove si è era iniziato. In fondo perché non credere a quel presente storico grammaticale -anche se Marco Aurelio scriveva in greco- che rifletteva una teoria dell’eterno ritorno, certo una teoria romana e non nietzcheana. Sono sicuro che persino Bergson sarebbe d’accordo.
“Nella vita umana il tempo è un punto, la sostanza è fluida, la sensazione oscura, il composto dell'intero corpo è marcescibile, l'anima è un inquieto vagare, la sorte indecifrabile, la fama senza giudizio. Riassumendo: ogni fatto del corpo è un fiume, ogni fatto dell'anima sogno e inanità, la vita è guerra e soggiorno in terra straniera, la fama postuma è oblio. Quale può essere, allora, la nostra scorta? Una sola ed unica cosa: la filosofia. La sua essenza sta nel conservare il demone che è in noi inviolato e integro, superiore ai piaceri e ai dolori, in grado di non compiere nulla a caso né subdolamente e ipocritamente, di non aver bisogno che altri faccia o non faccia alcunché; ancora: disposto ad accettare gli avvenimenti e la sorte che gli tocca in quanto provengono di là (ovunque si trovi poi questo luogo) da dove anch'egli è giunto; soprattutto, pronto ad attendere la morte con mente serena, giudicandola null'altro che il dissolversi degli elementi di cui ciascun essere vivente è composto. Ora, se per gli elementi stessi non c'è nulla di temibile nel continuo trasformarsi di ciascuno in un altro, perché si dovrebbe temere la trasformazione e il dissolvimento del composto di tutti questi elementi? È conforme a natura, e nulla di quanto è conforme a natura è male.


Nessun commento:

Posta un commento