martedì 16 giugno 2015

Toni Alberto, Vivo Così

A differenza di molti miei colleghi, io non penso che la critica letteraria debba essere “a servizio” dell’autore o dell’opera; o almeno, che lo debba essere nella misura in cui questo servizio si esplicita in una mediazione tra l’opera e il pubblico, che avviene attraverso la poetica del critico, il quale non risponde alla domanda “perché un’opera è bella” -visto che i canoni estetici di riferimento sono stati spazzati via dalla Storia - quanto piuttosto alla domanda “perché un’opera è indispensabile oggi”.
In un periodo di sovrapproduzione poetica - tecnica e linguistica - mettere l’accento su alcune questioni è fondamentale per orientarsi nella giungla dell’offerta artistica e culturale, in cui, tutto convive con tutto in una spirale ribassista che pare irrefrenabile.
Più che una critica “di servizio”, o una “sociologia mercantilistica”, la mia vuole essere una critica “di responsabilità”, una critica in questo senso “che brucia” (ricordando una nota antologia di Renzo Paris), in cui il critico stesso rischia e si mette in gioco, davanti agli occhi, - ma soprattutto al giudizio insindacabile - del lettore.
Del resto, amara verità, nel “teatrino” della letteratura vale il vecchio adagio: tutti sono fondamentali, nessuno è indispensabile, neanche i grandi classici, neppure i mostri sacri (basta vedere la polvere sugli scaffali delle biblioteche e le copie invendute, nonostante i prezzi stracciati, sulle bancarelle del modernariato).
Questo è un duro principio di realtà, a cui nessuno si può sottrarre.
Con Alberto Toni, Vivo così, Nomos Edizioni, pp.104, euro 14, vado sul sicuro. 



Alberto Toni è, a mio avviso, uno dei grandi poeti italiani del dopoguerra. E l’Italia, in quel periodo, di poeti ne ha avuti e tutti di primissima categoria.
Il mio giudizio lo ammetto è di parte. Infatti, ogni volta che leggo un libro di Toni, la mia semiosfera si rammenta di un accadimento particolare, tanto da avere significato solo per me medesimo, e farmi ripensare alle pagine più ispirate della Camera Oscura di Roland Barthes.

Toni, infatti, è stato uno dei primi, insieme a Giancarlo Susanna, e al compianto ex-rabbino capo di
Roma Elio Toaff a recensire alcuni racconti che avevo scritto per il giornale del mio liceo e che Antonio Veneziani aveva proposto per un libretto.

Questo piccolo aneddoto, di nessuna importanza letteraria, mi fa accostare alle poesie di Toni con una predisposizione particolare, ovvio.
Ma è anche il simbolo di un’intera generazione, quella dei Paris, dei Toni, dei Veneziani, che, invece di chiudersi a riccio in una torre d’avorio, o di isolarsi in un aventino poetico (gli olimpi, purtroppo, appartengono ad altre epoche),  hanno continuato imperterriti ad “andare al popolo”, forse per mera sensibilità artistica, o forse per un’ideologia comunista difficile da abbandonare e che, almeno (e forse soltanto nel nostro paese) ha fatto più bene che male.
Arrivano così dall’alto di un picco,
schiera e leggenda di tutti i sogni.
Apriva il corteo, mi indicava su fino
all’ultimo ramo, con un tono leggero
perché alla fine sapessi. Tutto questo
tu spezzi, finalmente. Ora ti vedo,
tutta la tua statura che avanza,
A loro manca, perché non c’è più realtà
e allora sarà pure la voglia di restare
di fare in modo che sia un nome
da decifrare.
Alberto Toni vive così, ed io lo ringrazio per questo. 
In un mondo in cui i giovani rottamano i vecchi, i vecchi rottamano il mondo e il mondo rottama i giovani; Alberto Toni non ha perso la fede nella poesia della vita, simbolo di una sofferenza personale, tremenda e irrimediabile, che sublima tra le righe di questo poemario.
[…] Che male l’indifferenza, basterebbe
una condizione minima
per chiudere, per celebrare
il ritrovamento, la vita.
Senti se per caso mi cercano, questa è l’ora.
La sofferenza di Toni, non assume i contorni di un pessimismo cosmico leopardiano (anche se i suoi versi si nutrono di un certo neoclassicismo tipico della Scuola Romana di Poesia). Infatti, Toni indica sempre, almeno una via d’uscita, data dal conforto, dalla “simpatia” (nel senso originale, greco, del termine), frutto di un donare e un donarsi senza chiedere nulla a cambio.

La bella faccia di R. Gli ho dato tutto
quello che avevo, non il superfluo, ma la parte vera
l’essenziale parola nel conforto,
la considerazione mentre sdraiato
si lasciava andare e andare.
Ma in Vivo così, c’è anche la semplice, pacata e onesta, paura della morte, della fine; paura che, in fin dei conti “fa parte del gioco”, anche se ormai si è raggiunta un’altra consapevolezza di sé e del mondo; non senza una certa velata ironia di sottofondo.
Dei ferri che lo vogliono tradire
nel profondo
qualcosa bussa al cuore, lo tiene fermo
ben saldo, mentre passando alla luce
si faceva appena vedere quell’altro da sé
poi tornare nell’angolo buio
lontano solo lontano
dal risveglio all’alba.
un forzato diresti
appena sceso a patti.
Perché ascoltare la voce di Alberto Toni?
Ritorni con quel vestito che mi piace.
Già turbina la sera, la sua sosta. Noi
la diremo la sera infallibile, sostanza del
più difficile giudizio.
 Perché, grazie ad Alberto Toni, quella assurda circostanza che è la vita, si fa rarefatta, leggera e persino piacevole.

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